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MIRIAM JASKIEROWICZ ARMAN: IL GROVIGLIO SOPRA LA LUCE

8 set
Tempo di lettura: 3 min

Maria Grazia Carnà

Pubblicato originariamente da Incipit Sistema Comunicazione, 6 settembre 2026



Mentre la politica detta e l’ideologia devia, l’Arte persevera nel suo insegnamento, imparando dall’errore stesso per guidare l’umanità verso un ambito definito non da una rigida rettitudine, ma dalla verità senza veli. Al suo ritorno in Israele, la Prof.ssa Jaskierowicz Arman ritrova sia l’urgenza sia il desiderio di esprimersi, insieme alla profonda gioia di offrire il proprio lavoro agli altri. Sono svanite le seducenti falsità di un’Italia intrisa di ipocrisia dalla quale è fuggita; al loro posto vi sono gli sguardi autentici di coloro che trovano risposte nell’arte, ne colgono la risonanza più profonda e comprendono quel fuoco interiore che, una volta divampato, irrompe cercando soltanto la strada di casa.


Gerusalemme non è una semplice distesa di pietra e memoria; è una dimensione dello spirito, la soglia in cui i cieli si chinano per toccare la ferita umana. Nella tradizione ebraica, la Città Santa incarna una duplice natura: una Gerusalemme celeste, pura, intangibile e promessa, e una Gerusalemme terrena, fatta di polvere, conflitti, lacrime e antiche pietre che trasudano storia. L’arte della Prof.ssa Miriam Jaskierowicz Arman abita precisamente questa sacra frattura, facendosi ponte tra la fragilità della materia e l’assoluto dello spirito.


Attraversare questa mostra significa intraprendere un pellegrinaggio nel “groviglio dell’esistenza”. Proprio come le pietre di Gerusalemme custodiscono nei loro solchi secoli di preghiere, dolore e speranza incisi nella roccia, così le tele e le forme dell’artista accolgono colori piangenti e contorni tormentati di un’umanità in cerca di redenzione. Non vi è qui alcuna ricerca di un’estetica levigata o consolatoria; vi è piuttosto la costruzione del sacro sul suo opposto, un atto d’amore e di sfida nel quale l’agonia del vivere diventa l’unico velo attraverso cui la luce divina può finalmente filtrare.


All’interno di questo spazio espositivo, ogni opera si trasforma in un frammento di quella restaurazione cosmica, il Tikkun Olam, comunicando la verità che il Divino vive nell’arte. Proprio come accade tra le mura di Gerusalemme, è soltanto affrontando la notte e il pianto che la mente può spalancarsi al miracolo della visione.


I dipinti esposti instaurano un dialogo silenzioso, animato da una tensione costante tra la serenità del paesaggio e la sofferenza dell’anima. Le linee sinuose e contorte delle figure centrali si intrecciano come memorie spezzate, dando forma a presenze che sembrano emergere da epoche perdute per raccontare storie di dolore dimenticato. Sui volti figurativi e nelle pennellate più scure, i toni scivolano verso il basso, come pigmenti in lacrime, simili alle lacrime di un Dio che osserva impotente la fragilità umana.


Le opere della Prof.ssa Jaskierowicz Arman possiedono la forza avvincente di una complessità visiva iniziale che gradualmente si dipana, rivelando la stratificata convergenza di epoche e mondi differenti: da una parte, la natura apparentemente pacifica dei paesaggi; dall’altra, la profonda inquietudine insita nell’esistenza. Quest’arte respinge ogni consolazione superficiale o facile; affonda invece le proprie radici nella crudeltà della notte e nella ferocia delle proprie paure. È proprio costruendo sulla bruttezza, sulla sofferenza e sull’amarezza che la tela compie la propria metamorfosi, trasformando il dolore in un’estetica brutalmente sincera, nella quale la salvezza e il “miracolo dell’amore” emergono come l’unica luce capace di dissolvere le illusioni che oscurano la mente.


Le sue opere diventano così una cattedrale e una testimonianza di un Dio sempre presente che vive attraverso l’arte, il messaggio supremo inciso dietro il groviglio dell’esistenza. In quella trama di linee tormentate e campiture sature di colore, il divino non si manifesta come un dogma intatto; si rivela nella carne stessa della pittura, nella capacità di accogliere ogni ferita per poi trasfigurarla. L’atto creativo diventa il luogo in cui il caos cosmico trova significato e la pittura tenta di trasformarsi in preghiera visiva, ricomponendo i frammenti dispersi dell’anima umana, purificandola dalle vite passate e presenti e restituendole la nuda dignità dell’eterno.


La Prof.ssa Miriam Jaskierowicz Arman mette il proprio intelletto e la propria passione al servizio di ogni osservatore, concedendogli la possibilità di percepire ciò che rimane invisibile. Insegna che, per interpretare il mondo, l’incanto della bellezza non è sufficiente; bisogna attingere all’agonia del vivere di coloro che, piangendo attraverso il velo cristallino del dolore, possono davvero contemplare ogni cosa.


Nessuno lascia questa mostra indenne. Qui l’Arte cessa di essere semplice contemplazione e diventa Akedah, quel legame e quel sacrificio di ciò che abbiamo di più prezioso sull’altare della verità. È un’alchimia feroce e disperata, nella quale l’odio per le rovine dell’esistenza si scontra e si fonde con un amore totalizzante per la luce redentrice. Se Gerusalemme ci insegna che le pietre più sante sono quelle bagnate dalle lacrime umane, queste opere ci ricordano che non esiste salvezza senza la ferita. Chi cerca un rifugio consolatorio rivolga altrove il proprio sguardo; chi possiede il coraggio di guardare Dio direttamente negli occhi Lo troverà qui, tra le pieghe della tela, vivo in ogni colore, sanguinante e amante.


Maria Grazia Carnà

Giornalista e Caporedattrice di Incipit Sistema Comunicazione.



 
 
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